Troppe morti sui moli. Nel 2007 in diversi scali firmati protocolli con i sindacati per prevenirle
Gli incidenti mortali avvenuti a inizio d'anno nei porti di Venezia e Genova e prima ancora, nel 2007, ancora a Genova, Napoli, Augusta, hanno portato alla ribalta il fenomeno delle morti bianche negli scali marittimi nazionali.
Statistiche precise sull'argomento come denunciano sindacati e operatori, non ce ne sono. L'Inail dà un sistema di lettura non appropriato, comprendendo nei lavoratori assicurati con il codice tariffa 9220 gli addetti al " carico e scarico, facchinaggio nei porti ed a bordo delle navi".
In realtà, gli scali, negli ultimi trent' anni, sono molto cambiati.
Con la legge 8494 è stato poi, introdotto il soggetto del terminalista e anche i soci delle Compagnie portuali o imprese art.17, sono assicurati con voci diverse.
Ad esempio, preso la banca dati Inail non risulta alcun infortunio mortale a lavoratori portuali nel triennio 2002- 2004. purtroppo, non è andata così.
Già verso metà 2007 e successivamente, alcuni porti italiani avevano stipulato protocolli d'intesa in materia di sicurezza del lavoro portuale.
A Genova, Venezia, Ravenna e Napoli è stato dato il via a un processo che si è poi concretizzato nel più vasto provvedimento che il Governo ha varato con il decreto - sicurezza.
Quello, secondo Confindustria, più orientato verso un inasprimento delle sanzioni piuttosto che alla prevenzione e formazione di tutti gli operatori, pubblici e privati, interessati. L'azione del Governo, in materia portuale, si muove su due direttrici.
La prima, con il ministero della Salute, che punta a un accordo - quadro nazionale sulla scorta dei protocolli stipulati nei porti citati.
La seconda, con il ministero dei Trasporti, che porta avanti un'azione sui temi gestionali avvalendosi dei due bracci operativi cui fa riferimento nei porti.
Le Autorità portuali e le Autorità marittime (guardia costiera).
Da gennaio è attivo un tavolo di lavoro tra i soggetti diretti interlocutori dei Trasporti.
Nei primi incontri è stata fatta un'analisi su poteri e competenze.
E' un lavoro di concentrazione vasto, perché ampia è la filiera portuale, per perseguire un accordo unico e quanto efficace che possa valere per tutti.
Si lavora molto sul protocollo del porto di Napoli che appare, al momento, il più condiviso. Dopo il grave incidente di Genova dello scorso febbraio l'Associazione Comuni d'Italia (Anci) e Assopirti, l'Associazione dei porti, hanno chiesto un maggiore e migliore coordinamento tra le istituzioni pubbliche preposte al controllo della sicurezza e responsabilità in tema di prevenzione, sicurezza e formazione dei lavoratori, in capo alle imprese portuali e rispettivi datori di lavoro.
E il potenziamento dei poteri sanzionatori attribuiti alle Autorità portuali.
Sugli stessi temi sono scesi in campo Assologistica, L'Associazione delle imprese di trasporto, terminalisti e operatori delle ispezioni, l'Ipsema, l'Istituto di previdenza marittima, la Federagenti, federazione degli agenti marittimi.
Dai dati di due porti "simbolo" italiani emerge, però una realtà non proprio negativa.
A Genova, scalo in cui c'è tutta l'attività riscontrabile nei porti per quanto riguarda gli infortuni mortali se ne sono stati registrati 28 dal 1996 a oggi.
Ma nella statistica incidono i dieci del '96, di cui solo sei sulla nave "Portovenere".
A Gioia Tauro, scalo di transhipment leader nel Mediterraneo con 3,5 milioni di container/teu movimentati, non si registra un solo morto tra il 2005 e il 2007.
E a fronte di un organico che cresce dai 1012 addetti del 2005 ai 1199 del 2007, gli infortuni (fonte Medcenter Container Terminal) passano dai 131 a 119 del 2007.
Questo non deve stupire in quanto i rischi maggiori avvengono nei lavori dove è più presente la manodopera, mentre le attività moderne (v.container) sono più centri logistici informatizzati, dove l'impiego delle macchine è preponderante.
Se prevenzione e formazione sono requisiti base per arrivare a un progetto di sicurezza adeguato, dall'altro sindacati e imprese sono d'accordo, considerando la complessità del lavoro portuale, ad aggiungere anche qualificazione e competenza come parte del Dna di un portuale.
Così come il continuo aggiornamento professionale, i porti sono finiti sotto i riflettori e non si capisce perché se a un aumento della produttività è corrisposta una diminuzione del rischio.
Ma la statistica è malvagia, perché se è vero che dal 2003 a oggi sono avvenuti 16 incidenti mortali nei porti, ben sei sono quelli registrati da aprile 2007 a febbraio scorso.
Autore: Luciano Bosso
Articolo tratto da "Il Sole 24 ore Trasporti"
del 17- 29 marzo



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